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Chiese medievali Provincia di Pescara

Chiesa di San Liberatore a Maiella

Comune:  Serramonacesca
Come arrivare:  A24/A25 RM-PE uscita Alanno-Scafa/ proseguire in direzione Turrivalignani/ Manoppello/ Serramonacesca da Napoli: A1 NA-RM uscita Caianello/ proseguire lungo la SS 372 direzione Vairano Scalo/ poi SS 85/ SS 158 direzione Colli al Volturno/ seguire indicazioni per Castel di Sangro/ Roccaraso/ Sulmona/ A25 direzione Pescara uscita Alanno-Scafa/ proseguire in direzione Turrivalignani/ Manoppello/ Serramonacesca
Notizie:  La chiesa di San Liberatore a Maiella sorge all'interno di un suggestivo scenario naturale, immersa tra i boschi che contornano l'abitato di Serramonacesca, nei pressi del fiume Alento. Si pone fra i più significativi esempi di architettura romanica abruzzese nonché fra le più antiche chiese medievali dell'ordine benedettino cassinese. San Liberatore fu, infatti, originariamente unita ad un vasto complesso monastico benedettino ed in stretto contatto con l'abbazia madre di Montecassino. Oggi il monumento è il risultato di manomissioni, distruzioni, rifacimenti e restauri che, pur avendone offuscato alcuni originari caratteri, quali la ricca e vivace decorazione degli interni, non ne hanno intaccato gli straordinari valori spaziali ed architettonici. La chiesa, fondata secondo la leggenda in età carolingia, compare per la prima volta, nell'884, all'interno di un inventario di tutti i beni benedettini. Ulteriori documenti ci forniscono notizia del sisma che danneggiò il monastero nel 990 e del successivo arrivo, nel primo decennio dell'XI secolo, del futuro abate Teobaldo; questi, arrivando a San Liberatore, avrebbe dichiarato di aver trovato una chiesa piccola ed oscura, che, si può ipotizzare, avesse un impianto a tre navate della medesima larghezza di quello attuale. Su tale struttura Teobaldo realizzò un programma di intervento, non portato del tutto a termine, che prevedeva una sopraelevazione delle pareti ed un rifacimento della zona presbiteriale ed absidale costruita al di sopra di una cripta. Le vicende successive agli interventi di Teobaldo furono strettamente collegate alla riedificazione, voluta dall'abate Desiderio, dell'abbazia di Montecassino, fondamentale evento di riferimento per una consapevole lettura della chiesa di San Liberatore. Le trasformazioni dell'abbaziale desideriana influenzarono quasi certamente la ripresa dei lavori in San Liberatore, il cui assetto formale appariva ormai antiquato alla luce delle nuove esperienze maturate e messe a frutto nella ricostruzione cassinese. La campagna di lavori dovette iniziare, sempre dietro l'impulso dell'abate Desiderio, dopo la consacrazione della nuova chiesa madre, avvenuta il 1° ottobre 1071. La ripresa della costruzione si sviluppò sul precedente impianto planimetrico, manifestando attraverso vari caratteri il suo comune denominatore con l'abbaziale di Montecassino; simile è la scelta delle tre finestre aperte nella parte superiore della facciata così come l'impostazione metrologica dell'edificio, da cui si è risaliti all'unità di misura utilizzata nella costruzione della chiesa abruzzese: il cubito di derivazione romana impiegato anche nella fabbrica cassinese. La pianta basilicale è caratterizzata da una classica chiarezza di rapporti risultando composta per accostamento di moduli geometrici semplici, quattro quadrati per la navata centrale ed otto per ciascuna delle laterali; la medesima impostazione proporzionale è rintracciabile pure sulla facciata e negli alzati interni. Quanto appena affermato rende innegabile che i costruttori di San Liberatore abbiano aderito allo spirito "classico" della abbaziale di Montecassino; esistono ciò nondimeno differenze significative tra le due chiese, come la rinuncia al grande transetto continuo, in San Liberatore sostituito dal presbiterio articolato in tre campate, quasi certamente coperte a volta. Le maestranze cassinesi che realizzarono il monastero abruzzese, pur nell'ambito di una concezione progettuale unitaria, risentirono di vari influssi: quello della scuola classicistica campana, che si ritrova nello schema della basilica a tre navate e tre absidi, derivante dall'architettura romana e paleocristiana; quello lombardo, rintracciabile nel motivo ad archetti e lesene della facciata; quello della cultura centroeuropea, in particolare ottoniana, evidente nell'uso dei pilastri quadrangolari al posto delle colonne. La chiesa di San Liberatore rappresenterà un modello di riferimento per i numerosi edifici costruiti in Abruzzo tra la fine dell'XI e la metà del XII secolo, tanto da indurre alcuni studiosi a teorizzare l'esistenza di una "scuola benedettina" di San Liberatore. L'edificio si sviluppa su una pianta basilicale a tre navate scandita dalla successione di sette arcate a tutto tondo poggianti su pilastri. La scelta di realizzare gli archi su pilastri anziché su colonne potrebbe essere stata favorita da esigenze connesse all'alta sismicità del territorio. I pilastri, a sezione rettangolare, sono conclusi da 'cornici benedettine' formate da una fascia inferiore a dentelli e da un motivo ad ovoli e fuseruole alternati a tortiglioni che, in alcuni casi, risale anche sugli spigoli dell'abaco liscio. Tali decorazioni non si ripetono identiche in tutti i capitelli ma i vari elementi che le compongono possono essere comunque ricondotti all'interno di un repertorio classico (ovoli, dentelli) e bizantino (tortiglioni, intrecci) presente in altre chiese abruzzesi sin dall'alto Medioevo. La medesima 'cornice benedettina', formata da dentelli, tortiglione, ovolo ed abaco, si ritrova al di sopra delle arcate che dividono il presbiterio, a contorno dell'arco absidale e su quanto resta dell'arco trionfale; quest'ultimo, impostato su paraste al di sopra dei pilastri cruciformi, crollò quasi sicuramente con l'introduzione delle volte cinquecentesche. Proseguendo nell'analisi della pianta è interessante sottolineare la forma a croce dei pilastri posti all'ingresso della zona absidale e la loro funzione di delimitare il presbiterio; a ciò va aggiunta la particolare modalità con la quale l'intera sequenza dei pilastri va a concludersi, sia verso le absidi sia verso la controfacciata: con semicolonne addossate alla muratura. Tale soluzione è in evidente contrasto con l'uso dei pilastri a sezione rettangolare posti a dividere le navate. Le semicolonne della controfacciata poggiano su un piedistallo poco sporgente; i capitelli, ricavati dalla smussatura di un elemento cubico, sono estremamente semplici per fungere da agevole elemento di raccordo tra la colonna (elemento a sezione rotonda) e l'imposta dell'arco (elemento a sezione quadrangolare). Entrambi i capitelli sono conclusi da una cornice che riprende i motivi di quelle benedettine usate per i pilastri. Completamente diverso è lo stile dei capitelli delle semicolonne poste all'ingresso delle absidi, di gusto tipicamente corinzio, pur se in una versione più stilizzata e più rozzamente intagliata. La decorazione dei due capitelli non è identica, la sostanziale differenza sta nella cornice dell'abaco, liscia quella del capitello di sinistra, arricchita da bassorilievi con fiori e palmette l'altra. La navata centrale è attualmente coperta da un soffitto a capriate lignee, che ha sostituito il precedente, probabilmente cassettonato. L'intero ambiente riceveva luce da sette monofore per lato che, intorno alla fine del Cinquecento, furono tamponate e trasformate in finestre; un'ottava monofora era posta sopra ciascuna delle arcate laterali del presbiterio. L'illuminazione della zona absidale fu affidata all'apertura di tre monofore nell'abside centrale e di una monofora in ciascuna delle absidi laterali; la volontà era quella di ricondurre lo sguardo verso il presbiterio. Carattere assai interessante in San Liberatore è l'accentuata inclinazione del piano di calpestio, che degrada dalla zona presbiteriale verso l'ingresso; questa fu una precisa scelta progettuale in conseguenza della quale risultò necessario dare ai pilastri differenti altezze, a cui seguirono differenti livelli dei piani d'imposta dei relativi archi, così che avessero un'altezza progressivamente crescente. Le absidi laterali sono inquadrate da un triplice rincasso in cui gli archi si collegano senza soluzione di continuità alla linea dei piedritti; la volta è a crociera ma è una ricostruzione frutto dei restauri avvenuti negli ultimi decenni. Lungo la navata di sinistra si aprono due porte contigue, la prima d'accesso al chiostro, la seconda al monastero. Quest'ultima è incorniciata da portale con archivolto composto dalla successione di modanature della 'cornice benedettina' e appoggiato su 'botticelle coricate', il cui motivo è presente anche in alcune mensole che sostengono gli archetti pensili posti a coronamento dei prospetti. L'architrave è a lacunari, ognuno dei quali arricchito all'interno da un fiore scolpito, e reinterpreta un motivo classico che si porrà come prototipo per i successivi esempi abruzzesi; esso è inoltre contornato da un tortiglione riproposto nella decorazione dello stipite destro, in cui, oltre a formare l'inquadratura, compone l'intero motivo floreale. La navata centrale era originariamente ricoperta da un prezioso pavimento a mosaico realizzato nel 1275, al tempo dell'abate francese Ayglerio, coinvolto anche nei lavori d'arredo all'interno dell'abbazia di Montecassino. L'opera, in seguito all'abbandono del monastero, venne trasferita nella parrocchiale di Serramonacesca per poi essere ricostruita in situ, anche se solo in parte, durante gli interventi di restauro degli anni settanta. Lo schema si snoda all'interno di fasce marmoree perimetrali articolandosi in riquadri ad opus sectile riempiti attraverso fantasiosi motivi geometrici tra cui il quincunx, disegno di origine bizantina. La pavimentazione rappresenta uno dei maggiori elementi di vicinanza di San Liberatore all'abbazia desideriana, testimoniando la prolungata influenza dei maestri bizantini chiamati dall'abate Desiderio per la realizzazione della chiesa madre. All'interno di San Liberatore è inoltre contenuto uno dei pregevoli amboni della ricca produzione medievale abruzzese (vd. Sezione Scultura medievale, Pescara). La datazione dovrebbe collocarsi intorno al 1180, anno di realizzazione dell'ambone di S. Clemente a Casauria. L'opera presenta solo pochi frammenti originali e costituisce il frutto di un complesso lavoro di restauro eseguito negli anni settanta, in seguito al quale l'opera venne ricostruita per completarne ipoteticamente la volumetria originaria. Superstiti sono due capitelli, uno intero e un altro in parte, la base di una colonna, alcuni plutei e parte delle cornici in cui questi ultimi erano inseriti. Manifeste sono le affinità della maggior parte di tali elementi con quelli degli amboni esistenti a San Clemente a Casauria e a San Pelino. L'analogia è rintracciabile innanzitutto nel capitello intero, nel quale, anche se meno rilevato nella lavorazione, si riconosce un simile alberello di palma con tre grappoli di datteri. Affini a quelle dei citati amboni sono poi le cornici sagomate decorate con motivo a palmette dritte; anche di queste però rimangono solo pochi frammenti. All'interno di tali cornici erano inseriti plutei dal vario repertorio figurativo; quelli superstiti sono tre e rappresentano un caratteristico rosone abruzzese inserito in un quadro di foglie stilizzate, un grifo rivolto all'indietro dal cui becco fuoriesce uno stelo terminante con due rose e due uccelli affrontati inquadrati da due steli, motivo quest'ultimo frequente nella scultura bizantina. Originale è anche l'architrave decorato a bassorilievo continuo con motivi vegetali, animali e figure antropomorfe. All'interno dell'apparato decorativo della chiesa di San Liberatore grande spazio venne concesso alla decorazione pittorica (vd. Sezione Pittura medievale, Pescara). Si conservano resti di due cicli di affreschi collocati, per la maggior parte, nell'abside centrale e, in via residuale, nell'abside sinistra. I più antichi risalgono al XIII secolo e sono anch'essi riconducibili agli interventi di restauro commissionati dall'abate cassinese di origine francese Ayglerio, il quale si era interessato anche della realizzazione del pavimento. Nel corso del Cinquecento furono coperti da nuove pitture, di recente staccate ed esposte su pannelli all'interno della navatella destra. Gli affreschi dell'abside raffiguravano momenti importanti della storia del monastero, come la donazione di cospicue proprietà, la presentazione di Teobaldo a San Benedetto della chiesa da lui ampliata o la figura di Carlo Magno. Gli affreschi duecenteschi rappresentano di certo un significativo esempio di pittura gotica del tempo di Carlo d'Angiò; quelli cinquecenteschi sono invece di ispirazione lombarda e veneta. All'esterno la facciata ha uno schema a salienti di gusto lombardo che rispecchia la ripartizione interna a tre navate. Divisa in due ordini da una linea poco marcata, presenta, nella parte superiore, tre monofore semplici e, in quella inferiore, tre portali che rappresentano il modello più antico del tipo romanico abruzzese. Gli spioventi del tetto, terminanti su paraste angolari, sono sottolineati, tanto in corrispondenza della navata centrale quanto delle laterali, da una cornice sostenuta da archetti pensili su mensole. A circa metà altezza si inserisce tra i portali un ritmo di arcate cieche impostate su esili colonne con basi e capitelli, interrotte da tre corpi aggettanti posti sopra ciascuno dei portali. La superficie superiore è invece divisa in tre incassi da paraste angolari e da due semplici lesene; in ciascuno spazio è inserita una delle tre monofore strombate a risalti, con l'aggiunta, in quello centrale, di un oculo sotto l'archetto di vertice. La facciata, pur nell'indubbia originalità della sua composizione, tradisce una certa difficoltà nel conciliare le archeggiature cieche basamentali con gli archetti pensili e le lesene dell'ordine superiore. Il prospetto di San Liberatore era preceduto da un portico concepito come uno spazio chiuso ai lati dal monastero e dal campanile. Oggi non restano che le tracce delle basi dei pilastri, dalla cui posizione si deduce che, sin dall'origine, esso doveva essere allineato alla facciata del campanile. Un importante riferimento per una coerente ricostruzione del portico è la rappresentazione contenuta nell'affresco absidale cinquecentesco con la figura di Teobaldo nell'atto di presentare la chiesa di San Liberatore a San Benedetto. Esso doveva svilupparsi su tre arcate dagli archivolti scolpiti impostate, al centro, su due solide colonne, a sinistra, su un sostegno non chiaramente visibile, a destra, su una parasta addossata al campanile. L'interno era coperto con volte a crociera sostenute, sul lato della facciata, da paraste. Al di sopra del portico si apriva un loggiato con arcata centrale e sei bifore separate da colonnine su ciascuno dei lati. La loggia si sviluppava alla stessa altezza del primo livello della torre campanaria; lo spiovente del tetto si appoggiava infatti proprio sul primo livello della facciata laterale del campanile. Il tetto era inoltre tangente alle tre monofore della facciata della chiesa, ricordando la soluzione adottata nella chiesa di San Michele Arcangelo a Sant' Angelo in Formis. Tra gli interventi di modifica effettuati nel Cinquecento vi fu anche l'ammodernamento e la sopraelevazione del portico. È lecito supporre infatti che il portico sia stato aggiunto e giustapposto alla facciata in un momento successivo alla realizzazione almeno della parte inferiore. L'accesso alla chiesa avveniva mediante tre portali realizzati secondo il medesimo schema di origine romana con un arco di scarico poggiante sull'architrave e lunetta all'interno. Tale composizione appare frequente nel romanico pisano ed in quello pugliese di derivazione campana; si è ipotizzata a tal proposito una relazione con il Duomo di Amalfi. Lo schema era stato adottato dall'abate Desiderio nella nuova chiesa di Montecassino e da lì si era diffuso in altri monasteri benedettini. Per la diversa vivacità espressa dalle decorazioni i tre portali sembrano riferibili a mani diverse, da un punto di vista cronologico comunque il centrale e quello di destra potrebbero considerarsi coevi (1100 ca.), mentre più tardo dovrebbe essere quello di sinistra. Ad ogni modo essi dovettero essere disposti sulla facciata al termine della ricostruzione desideriana, in una fase in cui si cercava di aggiornare il repertorio formale sulla scia delle trasformazioni effettuate a Montecassino. L'intera ornamentazione è a rilievo piatto intagliato a sottosquadro ed il ricorrente motivo a tralci e palmette disposti simmetricamente è di evidente derivazione bizantina e, in particolare, in accordo con apparati decorativi tipici dei codici miniati cassinesi e delle incisioni su legno di ambito benedettino. Il portale centrale, privo dell'architrave primitivo, è stato recuperato dalla parrocchiale di Serramonacesca dove era stato utilizzato per comporre l'ingresso. Esso riprende a pieno l'ornato bizantino appena citato e mostra in tutta evidenza l'influenza dell'ambiente culturale di Montecassino, trovando riscontro in vari esempi della Campania. Presenta un vano architravato concluso da un arco a tutto sesto che inquadra una lunetta; quest'ultima doveva essere affrescata, come si evince dall'affresco staccato del Cinquecento raffigurante il modello della chiesa che Teobaldo presenta a San Benedetto. Caratteristici i due giri concentrici dell'arco di scarico, presenti anche nel portale di sinistra che si distingue per un arco a sesto rialzato da conci privi di rilevi. Nel portale destro, a differenza di quello centrale, l'archivolto è impostato al di sopra dell'architrave sfruttando il prolungamento dell'altezza degli stipiti. La decorazione scultorea riprende sempre motivi vegetali già presenti, anch'essi, a Montecassino e ricollegabili ad esempi campani dell'XI secolo. Nell'architrave spiccano due leoni affrontati dalle teste molto piccole, ulteriore tema di derivazione orientale. Leggermente distaccata dalla chiesa, verso il fronte sud-ovest, si erge la torre campanaria, quasi tangente alla facciata con uno degli spigoli. La sua posizione lascerebbe pensare che fu concepita come elemento di chiusura del portico. Da una pianta quadrata si sviluppa, fino al livello delle arcate cieche della facciata, un alto basamento con semplici aperture ad arco; al di sopra il campanile prosegue con tre livelli, ciascuno chiuso da paraste angolari e da un coronamento di archetti pensili, sovrastati da una 'cornice benedettina' che segna il passaggio tra un livello e l'altro. A partire dal primo livello si aprono, su ciascuno dei lati, rispettivamente monofore, bifore e trifore secondo la usuale progressione delle luci usata nei campanili medievali. La monofora che si apre sul lato parallelo alla facciata presenta un archivolto scolpito a rilievo con ricca decorazione a motivi vegetali e sovrastante falcatura con modanature ad ovoli e foglie lanceolate. Le mensole che sorreggono gli archetti sovrastanti la monofora si contraddistinguono per una fattura altrettanto elegante, in cui piccole riquadrature contengono motivi vegetali scolpiti a sottosquadro. Passando alla bifora del livello superiore, sempre sul lato parallelo alla facciata della chiesa, la decorazione diviene più modesta, con una falcatura dalle modanature a bastone e listello su mensole, a cui si aggiunge l'esile colonnina che suddivide la bifora con capitello cubico decorato a bassorilievo e grande pulvino a stampella. Lo stesso pulvino si ritrova anche nelle colonnine delle bifore poste sui restanti lati e delle trifore al livello superiore, dove però più evidenti sono i segni degli interventi di restauro effettuati negli anni sessanta. Le proporzioni del campanile sono massicce e ciò si giustifica in considerazione del fatto che originariamente erano previsti due ulteriori livelli più la cuspide di coronamento. Tale conformazione strutturale è riscontrabile nella rappresentazione del già citato affresco cinquecentesco. Spostando l'attenzione sulla facciata nord-orientale risulta evidente l'assenza di apparato decorativo. Il prospetto, formato da un paramento regolare di pietre squadrate, era un tempo nascosto dall'adiacente chiostro. Il crollo del monastero ha messo in evidenza due monofore nella zona dello spigolo absidale, una a metà altezza e una più in alto, e le due porte d'accesso alla sacrestia e al piano superiore del chiostro. Di fianco alla monofora posta in alto sono ancora visibili, sul paramento murario, tagli legati all'inserimento della falda di copertura di un braccio del chiostro. Al di sopra delle coperture delle volte a crociera del primo livello del chiostro un certo numero di monofore doveva dar luce anche alla navata laterale. Le tre absidi appaiono tangenti l'una all'altra e presentano un apparecchio murario regolare realizzato in pietra calcarea della Maiella. Gli elementi decorativi si ricollegano a quelli presenti sul resto dei prospetti; al di sotto delle coperture si ritrovano archetti pensili sormontati dalla 'cornice benedettina' e sulla parete di chiusura del presbiterio, limitata da lesene angolari, di nuovo archetti pensili con mensole scolpite e cornice. Cinque sono le luci delle absidi, tre in quella centrale ed una in ciascuna delle laterali. Sono caratterizzate da strombatura a risalti, duplice nell'abside di sinistra, triplice in quelle dell'abside di destra e nelle laterali dell'abside centrale; la mediana restante non ne ha alcuno. La muratura dell'abside centrale, all'altezza delle cornici di quelle laterali, presenta una rientranza che fa da appoggio alle tre monofore. Seguendo lo schema della facciata, anche nel corpo posteriore gli archetti posti al di sotto degli spioventi inquadrano un oculo di forma circolare. Il prospetto sud-occidentale era un tempo interrato per un'altezza pari alla zoccolatura individuabile lungo il fronte; oggi è interamente visibile grazie ad un passaggio che, partendo dal piano d'imposta esterno dell'abside sinistra, giunge ad una scala che circonda la torre campanaria. Nel tardo Cinquecento furono aggiunti alla parete otto contrafforti, allo scopo di compensare le spinte delle nuove coperture a volta delle navate laterali e forse anche per la franosità del monte e per la sismicità della zona. Nello scorso secolo sono stati resi attraversabili con aperture semicircolari. Come sul lato opposto, anche sulla parete sud-ovest si osservano le monofore trasformate in finestre poste lungo la parete laterale della navata principale. L'abbazia, invasa dalla vegetazione e utilizzata come cimitero, è rimasta per molti anni nello stato di rudere. Solo intorno al 1958-59 il terreno, stravolto da frane e terremoti succedutisi nel corso del tempo, cominciò ad essere liberato da sterpi e detriti e quindi ad essere riassettato. Verso la fine degli anni settanta iniziarono i radicali interventi integrativi che hanno conferito alla chiesa l'aspetto attuale.
Stato di agibilità:  Agibile
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, veduta della chiesa dall'alto
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, la chiesa prima degli ultimi restauri
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, facciata
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, absidi
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, interno, navata principale
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, pianta
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, ambone
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella,portale centrale
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, semicolonna sinistra sulla controfacciata
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, semicolonna sinistra del presbiterio, particolare del capitello
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, portale che metteva in comunicazione la chiesa con la sacrestia
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, pilastro a sezione rettangolare, particolare della cornice benedettina
Serramonacesca, chiesa di S. Liberatore a Maiella, parete di chiusura del presbiterio