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Introduzione

La nostra conoscenza dei costumi tipici abruzzesi ha origine da un evento fortuito legato alla realizzazione di incisioni con scene di vita e costumi popolari del Regno di Napoli. Infatti, nel 1782 il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone, su suggerimento del marchese Domenico Venuti, decise di far ritrarre dal vero gli abitanti del Regno nelle loro "fogge di vestire più caratteristiche", per poi riprodurre le incisioni realizzate sui servizi di porcellana, allo scopo di rilanciare e dare nuovo impulso alla Real Fabbrica di Porcellana di Capodimonte da egli stesso creata e diretta allora dal Venuti. Per scegliere i pittori da inviare nelle varie Province del Regno fu indetto un concorso che vide vincitori gli artisti Saverio Della Gatta ed Alessandro D'Anna. La "missione", durata dal 1783 al 1797, fu in un secondo tempo portata avanti da Antonio Berotti (sostituitosi a Della Gatta) e dal giovane Stefano Santucci (che prese il posto di D'Anna), che proseguirono nel difficile compito di recarsi di persona nei paesi in cui le differenze di vestiario fossero significative, più caratteristiche e di rilevante effetto cromatico, peregrinando così nelle impervie (e in alcuni casi poco sicure) regioni del Regno. I documenti a noi pervenuti sono lacunosi ma ci permettono di tracciare le diverse tappe del percorso seguito dai "regi disegnatori": si trattò di una ricognizione capillare durata una quindicina d'anni che portò gli artisti in Abruzzo agli inizi del 1790 (e fino al '93) per riprodurre dal vero i costumi e i paesaggi tipici della regione. Anche se sfortunatamente questi disegni non sono mai stati ritrovati, essi hanno comunque ispirato tempere e acquerelli di vari autori, nonchè incisioni su rame (acqueforti). Queste ultime, che dovevano essere vendute con "privativa reale" esclusivamente da Vincenzo Talani, vennero da questi pubblicate e vendute a Napoli nel 1791 col socio Nicola Gervasi, raccolte in una serie intitolata "Raccolta di sessanta più belle vestiture che si costumano nelle province del Regno di Napoli"; le incisioni per questa serie furono realizzate a Roma da Secondo Bianchi sui disegni di D'Anna. Circa quaranta anni dopo (1832) si pubblica a Napoli la raccolta "Costumi diversi di alcune popolazioni de' Reali Domini di qua dal Faro", composta da trentanove acqueforti realizzate dai disegni di Giacomo Milani e dalle incisioni di Raffaele Aloja, di cui ben ventinove raffiguranti costumi abruzzesi e molisani. Altra importante pubblicazione è quella di Bartolomeo Pinelli, che, pur non essendosi mai allontanato da Roma, con la sua "Raccolta di cinquanta costumi li più interessanti delle Città, Terre e Paesi, in province diverse del Regno di Napoli" del 1814 ha dato un decisivo impulso allo sviluppo dell'iconografia del costume popolare, includendo ben venti acqueforti di costumi abruzzesi nella sua opera. A queste opere "maggiori" vanno aggiunte quelle dello Sgroppo, di Ferrari e di diversi pittori minori, nonché le incisioni e litografie colorate e le acquetinte realizzate da M. F. Damame-Démartrais a Parigi. Sebbene nel passaggio dalle incisioni alle tempere questi artisti abbiano quasi sempre profondamente trasfigurato la realtà del mondo rurale, eliminando gli aspetti più drammatici in favore di una rappresentazione idilliaca e serena, i particolari riguardanti gli abiti e i monili indossati dai sudditi del Regno si sono mantenuti sostanzialmente fedeli agli originali registrati sul campo. Tutto sommato, dare una definizione iconografica precisa di un tema così variegato, come appunto quello del costume popolare della regione Abruzzo, non è opera facile; se, infatti, dal punto di vista iconografico molte raccolte ci vengono in aiuto, non esiste un'opera completa dal punto di vista bibliografico e della ricerca storica, o un inventario dei capi del vestiario popolare, che ci permetta di ricostruire perfettamente il complesso mosaico delle fogge di vestire della nostra regione. Bisogna inoltre tener presente che il costume non è un prodotto culturale che resta immutato nel tempo ma risente delle continue innovazioni che coinvolgono le comunità umane. Capita spesso che in una stessa famiglia o località coesistano fogge di vestire diverse sia per linee che per colori, in relazione soprattutto alle condizioni economiche delle persone e all'età, anche se spesso gli elementi dell'abbigliamento mantengono la loro struttura originaria. La maggior parte di queste differenze è dovuta in modo particolare ai contatti e agli interscambi economici e culturali che coinvolgono soprattutto i paesi situati nelle conche e nella fascia costiera, mentre più conservativi restano i comuni delle zone centrali abruzzesi, soprattutto quelle del Gran Sasso e della Maiella. Così come i paesi situati in aree decentrate risentivano maggiormente dalle influenze dei territori limitrofi: ad esempio la Marsica fu più soggetta agli influssi delle fogge ciociare che a quelle napoletane. Alla condizione di immutabilità delle tradizioni popolari e delle fogge del vestire (soprattutto nelle zone più interne) ha contribuito sicuramente la scarsa frequentazione del territorio abruzzese da parte di viaggiatori, anche stranieri, poichè la nostra regione era vista come pericolosa terra di briganti e quindi da evitare. Se da un lato l'isolamento ha contribuito ad accrescere la curiosità per gli usi e i costumi di questi luoghi, dall'altro ha fortemente limitato la diffusione di informazioni al loro riguardo. La struttura economica abruzzese ha comportato anche il livellamento, comunque non totale, del costume popolare maschile. Infatti, la maggior parte degli uomini era costretta ad emigrare stagionalmente nelle regioni vicine, perchè impegnata nella pastorizia o nell'esercizio di attività artigianali. Di conseguenza il costume maschile, sottoposto a continui stimoli innovativi, comincia a perdere la sua identità in un lento processo di omologazione che coinvolge sia le forme dei singoli capi del vestiario che gli elementi decorativi. È anche da tener conto l'ipotesi della Colaiacovo secondo la quale "gli uomini in fatto di eleganza non sono mai stati troppo ricercati o amanti della singolarità, per cui il loro costume è stato sempre uguale in tutti i paesi". Non altrettanto può dirsi del costume femminile che è invece più conservativo e fedele alle fogge tradizionali, anche per il fatto che la donna resta quasi sempre in paese ed è quindi poco soggetta a contatti e scambi culturali con altre località. Le costanti evoluzioni del costume in Abruzzo furono condizionate anche da fattori climatici, che portarono variazioni non solo cromatiche ma anche stilistiche. Possiamo quindi affermare con certezza che non esiste un abito tradizionale abruzzese, così come non esiste il canto o la danza abruzzese. Esistono tante espressioni diverse in una Regione che ha avuto una storia complessa e tanti usi e costumi stratificati con tante varianti, influenzata dalle condizioni locali. Tuttavia possiamo affermare che il vestiario femminile della Regione Abruzzo è riconducibile a pochi tipi base sui quali poi ogni paese, ogni popolo e persino ogni gruppo familiare, ha sovrapposto le caratteristiche locali. Dopo aver premesso, quindi, che quasi ogni paese d'Abruzzo, seppur piccolo, ha un suo costume particolare, proviamo a delineare qualche caratteristica comune. Prima di tutto è da sottolineare come il costume maschile sia sempre meno appariscente e ricercato di quello femminile. Per esso elementi comuni sono dati da una giacca che scende a metà coscia di panno blu o marrone con gilet sottostante derivati dalla marsina nobiliare settecentesca, così come i calzoni al ginocchio. Spesso troviamo un'alta fascia avvolta in vita di tessuto di colore contrastante. Ai piedi le "ciocie" i cui lacci si legano intorno ai polpacci coperte da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d'argento. Sul capo un cappello a tesa larga o a cono ornato con nastri e fibbie nel caso dei brigante o degli zampognari. I costumi femminili, pur nella loro diversità, presentano elementi comuni quali: un'ampia e lunga gonna e sottogonna, il corpetto, la camicia di tela candida, maniche rimovibili da portare sopra la camicia con una serie di ganci o lacci per collegarli al corpetto, grembiuli ornati da merletti o nastri e il copricapo. La stoffa era tessuta in casa dove il telaio, custodito con molta cura, era un elemento immancabile in tutte le cucine, anche le più umili. L'impiego di tessuti di lana (per la cui produzione Scanno era assai nota nei secoli scorsi) risulta ovviamente più frequente nei centri montani. Così nel costume di Scanno, diversamente da quello di Introdacqua e di altri paesi ad altitudini minori, mancano le belle camicie bianche ornate da merletti, cesellati come capolavori di oreficeria. Manca anche la tovaglia o velo da testa, di stoffa leggera decorata con preziosi pizzi a fuselli e appuntata con uno spillone d'argento sui capelli. Un discorso particolare necessita il copricapo che assume fogge diversissime a seconda dei paesi. Originale quello di Pratola Peligna, realizzato con un fazzoletto rimboccato che si pieghetta in modo armonioso, e ancor più quello di Scanno che ha attirato l'attenzione di molti studiosi. Ad Introdacqua le donne portano sul capo un grosso asciugamano, come in uso nelle campagne romane, che nella stagione invernale si arricchisce di una stoffa pesante, ripiegata, per lo più di colore rosso scarlatto. Da segnalare anche la presenza sul territorio di costumi particolarmente originali, policromi e ricchi di motivi decorativi, come ad esempio quello di Villa Badessa, in cui forte è l'influenza dei gruppi etnici albanesi presenti nella zona. I monili tipici abruzzesi (soprattutto "presentose" e "sciacquaje") nascono dalla manualità sapiente e fantasiosa dell'artigianato orafo che unisce alla preziosità dei materiali anche presunte loro valenze terapeutiche come nel caso del corallo. Questi monili contribuiscono non poco all'arricchimento e all'eleganza del nostro costume e concorrono a creare immagini di donne affascinanti e regali, pur nella semplicità della loro condizione sociale, come possiamo vedere nelle opere di artisti famosi quali Francesco Paolo Michetti, Pasquale Celommi e Basilio Cascella.

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