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Introduzione

L'era altamente tecnologica e consumistica in cui viviamo ci induce a chiederci se è possibile continuare a vivere all'infinito nel modo attuale o se invece è possibile ricondurre la vita dell'uomo a ritmi più naturali, ridimensionando lo sfruttamento delle risorse naturali e dando la possibilità di fruttare il sapere tramandato dagli avi, sia oralmente che manualmente, in tutte le attività umane. La globalizzazione contemporanea e l'indifferenza della moderna società hanno appiattito l'umanità, fagocitando i vari e importanti retaggi culturali, per cui forse è ora di riappropriarci delle nostre eredità, delle nostre radici, evitando l'irreversibile perdita dei significati posti alla base delle nostre tradizioni e della nostra storia. Non è necessario aspettare che tutto diventi materia per studi archeologici per interessarcene, abbiamo ancora la possibilità di attingere alle fonti di quelle antiche sapienze per diventare noi stessi scrigni di sapere tramandato, da tramandare ai nostri posteri, come da sempre hanno inteso saggiamente fare i nostri antenati. Sono scomparsi moltissimi mestieri comuni fino alla metà del secolo scorso, rimasti solo nella memoria dei più anziani. Non si può ignorare l'esigenza di conservarne la memoria storica delle nostre più recenti radici, perché questo non ci permetterebbe di compredere appieno il nostro presente, non ci consentirebbe una consapevole visione di un futuro possibile e sarebbe una irrimediabile perdita. Molti mestieri stanno scomparendo perché non più remunerativi e resi improbi dal dilagante consumismo, altri sono scomparsi insieme all'arrivo della modernizzazione, delle infrastrutture e del commercio dopo gli inizi del '900. I mestieri un tempo erano tanti e tutti molto specializzati, potevano essere "a bottega" oppure "ambulanti", annuali o stagionali e le occupazioni più usuali erano comunque legate al tipo di economia in rapporto al territorio prevalentemente a carattere agricolo o montano. Le "Arti per via" erano uno scambio di attività e servizi tra le popolazioni montane dell'Appennino e quelle dell'entroterra costiero adriatico. In Puglia scendevano numerose compagnie di seminatori e mietitori, provenienti dalle regioni limitrofe, che facevano apparire un fenomeno di ristretta dimensione la "transumanza" effettuata dai pastori abruzzesi. Lavoratori altamente specializzati, legati alla pastorizia, quali caciai, bassettieri, fiscellai e tosatori sono reclutati ancora oggi in Nuova Zelanda da allevatori abruzzesi e molisani. I mestieri e le arti che si svolgevano per le vie erano piuttosto standardizzati, uguali in ogni contrada, perché legati al carattere tipicamente itinerante degli ambulanti. I mestieri annuali o stagionali erano svolti in periodi particolari dell'anno legati all'agricoltura, all'allevamento degli animali, alle feste dei santi patroni, alle fiere o ininterrottamente ogni giorno. Alcune categorie erano dedite alla vendita delle mercanzie, altre avevano il compito di riparare oggetti di uso domestico o da lavoro, altre più improprie includevano saltimbanchi e giocolieri, musicanti, burattinai, maghi, cantastorie ed indovini. I mestieri più comuni erano: l'acquaiolo, il nevaiolo, il capraio, il barbiere, l'orologiaio, il falegname, la merlettaia, il calzolaio, l'erborista, il pastore, il canestraio (di san Vincenzo Valle Roveto), il pescivendolo, il venditore di stoffe e lane (apprezzati i lavori di Bucchianico), il balestriere (di Villalago), il saponaro, l'arrotino, il pignattaro e il boccalaro, il sellaio, il fabbro, il maniscalco, lo stagnino, il cenciaiolo, il saponaro, il taglialegna, lo spazzacamino, il facchino, il pizzicagnolo, il materassaio, il venditore di liquirizia, semi carrube, lupini, e caldarroste, i ceramisti (in primis quelli di Castelli d'Abruzzo). Tra i mestieri d'Abruzzo dobbiamo citare: i cordari di Corropoli; i corallari di Giulianova; i pignatari di Lanciano; gli intagliatori del legno di Castel del Monte; gli ombrellai di Secinaro e Preturo; i calafati e i i frescolai di Silvi; i castrini di S.Omero; i casari di Cortino; i bottai di Bisenti; i carbonai di Pettorano sul Gizio; i cerai di Lanciano e Vasto; i cardatori di Cerqueto e Pietracamela; gli scalpellini di Secinaro, Capistrello, Lettomanoppello, Pretoro, Pennadimonte e Pacentro; i confettai di Sulmona; i cuochi di Villa S.Maria; gli strumentisti di Lanciano e Pretoro; i coltellai di Loreto Aprutino; i vetrai di Vasto, San Salvo e Lanciano; i sediai di Pietracamela; i setacciai della Valle Peligna; i lavoratori del vetro istoriato di Atri; i liutai di Teramo e Ortona; i gelatai di Canosa Sannita; i maniscalchi di Lanciano e Arischia; gli origanari della Majella;i liquoristi de l'Aquila, le bottonaie di Castelfrentano; gli incisori del cuoio di Nerito; i conciatori di Penne e Pineto; i lupinari di Francavilla e Assergi; i fabbricanti di corde armoniche di Salle; i facocchi di Mosciano S.Angelo; i borsai della Val Vibrata; gli organari di Lanciano; i cipollari di Fara Cipollata e Cappelle sul Tavo; i tintori di Notaresco e Bisenti; i bottai di Bisenti. Tra i mestieri appresi in una bottega posta per la via, troviamo gli orafi , gli artigiani del ferro battuto e gli ebanisti. Gli orafi di Sulmona, Pescocostanzo, Scanno e Guardiagrele hanno toccato livelli di massima espressione artistica come pure le opere degli ebanisti di Pretoro ed Arischia e dell'ebanista Ferdinando Mosca di Pescocostanzo. Altro settore dell'artigianato di bottega, particolarmente rilevante dal punto di vista artistico è quello del ferro battuto di Pescocostanzo, mediante l' opera del fabbro Sante di Rocco, notevoli gli artigiani di Penne, Guardiagrele, Lanciano, Ortona, Vasto, Tossicìa e Scanno. L'arte della ceramica di Rapino e quella di Castelli rappresentata dalle note famiglie di ceramisti, dei Ponpei, dei Lollo, dei Grue, dei Fuina, dei Gentili e dei Cappelletti. Per quanto riguarda la produzione di ceramica d'uso sono noti i borghi di Palena, Anversa degli Abruzzi, Torre dei Passeri, Atri, Rapino e Tagliacozzo dove i vasai rurali realizzavano: fischietti, campanelli e boccali trilobati. Per la particolare arte delle statuine destinate ai presepi spicca un artista di Pacentro, Giuseppe Avolio, che veste le figure femminili con gli abiti tipici delle diverse località peligne e le orna con i monili tradizionali. Tra gli oggetti d'uso domestico diventato un simbolo della nostra regione, oltre alla chitarra per maccheroni, vi è la conca che veniva realizzata dalle abili mani del ramaio e che serviva a contenere acqua potable trasportabile agilmente sulla testa delle donne fin nelle proprie case, in tempi in cui i paesi erano privi delle reti idriche. Vi erano poi i costruttori di arche (in primis quelli di Farindola), madie realizzate con doghe di faggio e assemblate senza chiodi. La tradizione della tessitura continua ancora a Sulmona e Taranta Peligna dove si realizzano coperte di lana con particolari disegni a vivaci colori. Nell'arte dei pizzi e dei merletti a tombolo spiccano i centri di Scanno, L'Aquila e, Pescocostanzo. Nel XVI secolo, una colonia di merlettai veneti iniziò all'arte le donne di Pescocostanzo che detengono ancora oggi un primato regionale. Tra i mestieri abbastanza inusuali e rarissimi spiccano i Santari e i Santarellari di Campli, venditori itineranti di immagini sacre della fine dell'ottocento e gli inizi del novecento e i mesciaroli di Torrevecchia Teatina che, compilando per il nuovo anno un calendario di previsioni meteorologiche, permettevano un regolare svolgimento dei lavori agricoli stagionali e le attività ad esse collegate. Durante le fiere, per le vie, si vendevano pentole e oggetti di rame di Ornano ed anche gli organetti provenienti da Casoli di Atri i preziosi "ddu botte". Un altro strumento tipico della nostra regione è la zampogna che troviamo raffigurata nel fregio che orna la facciata della Chiesa della SS. Annunziata (quella appartenente al XIV secolo). Cerretani e ciarlatani vendevano i "remedia" e i "medicamenta" spesso legalmente riconosciuti dall'Autorità Sanitaria. Attraverso i disegni di P.Van Lamberghi,le incisioni e i disegni del trasteverino Bartolomeo Pinelli, della napoletana Michela de Vito, di A. Carracci e F. Palizzi possiamo conoscere una miriade di attività andate perdute e di cui non resta nemmeno memoria. L'Abruzzo vanta, oltre al vastese Filippo Palizzi, il caricaturista Melchiorre Delfico e lo stesso Basilio Cascella quali artisti che hanno documentato con i loro lavori le arti e i mestieri che ormai appartengono al passato.
Mestieri antichi

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