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Paesaggio nell'Arte - Provincia dell'Aquila

Escher Maurits Cornelis, Opi in Abruzzo

Comune:  Opi
Come arrivare:  A25, uscita PESCINA, proseguire per 43 km in direzione Bisegna/ Pescasseroli/ Opi.
Notizie:  Il disegno "Opi in Abruzzo" (cm. 48,7 x 62), realizzato su cartoncino colorato e graffiato, è una delle opere meno note dell'artista olandese Maurits Cornelis Escher (v. scheda autore); come molti altri lavori dello stesso periodo, esso raffigura uno dei luoghi visitati dall'artista nei suoi viaggi primaverili nella nostra regione, durante il periodo di permanenza a Roma, protrattosi dal 1923 al '35. In particolare questo disegno fu eseguito al rientro nella capitale, e precisamente nel mese di settembre del 1929, come ricorda l'iscrizione in basso a destra (9-'29 / MCE); raffigura Opi, uno dei centri montani più caratteristici del Parco Nazionale d'Abruzzo. Opi, centro agricolo della Marsica a confine con l'alta Val di Sangro, si estende sulla cresta di uno sperone roccioso che sbarra la conca dove sorgeva l'abitato di età sannitica, cui la tradizione attribuisce il nome di "Ope", che si ritiene derivi dal nome della dea romana dell'abbondanza "Ops" (sorella e moglie di Saturno, figlia del Cielo e di Vesta); altre ipotesi formulate al riguardo ritengono che il nome "Opi" vada riferito ad "Opice", sacerdotessa del tempio di Vesta, uno dei cinque templi che dovevano far parte del santuario situato sul colle ora abitato. Le ipotesi più attendibili sembrano rimanere, però, quella secondo cui il nome deriva dal termine latino "oppidum" (ossia castello fortificato) o quella che lo fa derivare dal popolo degli "Osci" o "Opici", da una radice "op-" che significa "conca" (quella, appunto, in cui sorgeva l'abitato preromano). La precoce presenza umana nel territorio di Opi è confermata dai resti di un centro fortificato sul Colle della Regina (l'attuale centro storico del paese) e di un centro abitato in contrada "i Casali" (con i resti di un probabile tempio, come in località "Fonte delle Lecine"); altri resti si trovano sul Monte Dubbio, dove passa l'odierna strada per Forca d'Acero, da dove era possibile sorvegliare il valico omonimo: sembra, infatti, che proprio attraverso questo passo i Volsci riuscirono a penetrare in questi territori dal versante laziale, intorno al III secolo a.C., per insediarsi tra le località "Molino di Opi", Barrea e l'imbocco della Val Fondillo. Proprio in quest'ultima località è venuta alla luce una grande necropoli che ha restituito ricchi corredi tombali maschili e femminili (corazze, lance, collane in lamine di bronzo), lasciando supporre l'esistenza di un insediamento piuttosto consistente. L'affascinante ipotesi secondo cui Opi era considerata nell'antichità "città sacra" trova il suo fondamento nelle antichissime ed ancor vive denominazioni di alcune sorgenti, presso le quali sono tuttora visibili resti di insediamenti antichi: la Fonte di Giove e la Fonte Vertuno (riferita al dio Vertunno), o ancora la Fonte Triareccia (in onore della dea Luna, considerata triforme); inoltre, una lapide murata sulla base del campanile della chiesa di S. Maria Assunta conserva l'iscrizione "sacerdos cerealis", riferita ad un sacerdote (o sacerdotessa) di Cerere, la quale lascia supporre l'esistenza di un edificio di culto dedicato a questa dea, protettrice dei campi. L'antico insediamento in località "Molino di Opi" fu abbandonato nell'alto Medioevo a causa delle feroci e frequenti incursioni nemiche, e la popolazione fu costretta a rifugiarsi sulla cima del costone, naturalmente protetto dagli scoscendimenti rocciosi e ulteriormente fortificato dalla particolare conformazione del borgo (risalente all'anno Mille), con le abitazioni costruite l'una accanto all'altra sul ciglio delle rocce a creare una potente cinta muraria a salvaguardia del paese. Verso la fine del XIII secolo Opi fu vittima delle angherie dei feudatari e delle lotte tra i vari signorotti della zona: nel 1284 Berardo II di Sangro (figlio di Tedino II, signore di Opi) morì senza eredi lasciando il feudo nelle mani della sorella Margherita, la quale sposò Cristoforo d'Aquino; il primo ramo dei Conti di Sangro si estinse nel 1331, mentre il dominio dei d'Aquino nel territorio di Opi si concluse nel 1400. Da allora molti furono i signori che dominarono la zona, dalla marchesa del Vasto Isabella d'Avalos ai rappresentanti di molte potenti famiglie (Sparmo, Cimini, Cappelli, Nardillo, Orazi, Notarmuzio); nel 1737 il feudo fu ereditato dalla baronessa Margherita Paolone e negli ultimi decenni del secolo dalla baronessa Maria Maddalena Parente, signora di Scanno. Durante i secoli XVIII e XIX (fino all'unità d'Italia), Opi fece parte del Regno delle due Sicilie ma l'Università nata anche qui col tramontare del feudalesimo non riuscì a far progredire il paese, perché consumò molte delle sue energie in contenziosi di confine con la vicina Pescasseroli, sotto la cui giurisdizione Opi ricadde più di una volta (l'ultima a partire dal 1810, con la nuova legislazione murattiana che decretò l'unione amministrativa fra i due paesi, durata fino al 1854). Negli ultimi decenni dell'Ottocento e nei primi del Novecento Opi subì un drastico ridimensionamento della popolazione, dovuto in parte all'emigrazione (soprattutto verso le Americhe) ed in parte ad un disastroso terremoto (31 luglio 1901), che colpì il paese mietendo molte vittime; in quegli stessi anni, però, la costruzione della rotabile Barrea - Opi - Pescasseroli - Gioia dei Marsi risolse, almeno in parte, il secolare problema dell'isolamento della zona. L'ultimo terremoto (7 maggio 1984) ha gravemente danneggiato l'abitato di Opi, che però conserva immutato il fascino della posizione e la fisionomia tipica delle comunità pastorali d'altura.
Maurits Cornelis Escher, Opi in Abruzzo.
Il borgo medievale di Opi.
Veduta di Opi.